Bianco e blu con un tocco di amaranto.

 

 

 

Ossido di ferro il minerale usato  dagli antichi  artisti orientali per dipingere le porcellane, nelle infinite gradazioni rossastre, piante e fiori. Colore che va ad aggiungersi al bianco e blu, ottenuto dal cobalto, dando vita ad uno stile ben preciso, riconosciuto da tutti i collezionisti.   Imari si chiamano le porcellane dipinte con questi colori, fondo bianco, blù, amaranto e a volte una lumeggiatura in foglia d’oro.

Imari non è altro che il nome del  porto del Giappone da dove partivano già nel sedicesimo secolo i manufatti diretti in Europa, dalla città di Arita in Giappone, esportate in Europa dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Il primo importante ordine dei mercanti olandesi data 1656.

Un grande successo ebbero nell’Europa del sedicesimo e diciassettesimo le porcellane Imari, la teiera  a becco di cigno, oggi si direbbe un must, andava a ruba e antiche e blasonate manifatture, come Deft e Worcester,  iniziarono a copiare, forme, decorazioni e colori, un modo intelligente per conservare quote di mercato e sopravvivere all’invasione dei prodotti orientali.

Attraverso gli oggetti antichi  si compiono viaggi di conoscenza senza limite di tempo e di luoghi,  microstorie dentro la grande storia economica, politica e sociale. Ieri come oggi.

Chi fosse interessato mi contatti.

Annamaria Beretta

P.S.: grazie per la partecipazione alla mia presentazione di UZURI alla fiera del libro di Brescia.