La conoscenza della Storia.

La conoscenza  della Storia.

Nel quarto secolo in tutto l’impero ci sono focolai di violenza, cadono i templi pagani distrutti dal fanatismo religioso che Roma, nella sua storia millenaria non aveva mai praticato ma  solo subìto nella terra di Giudea.

Bruciano le sinagoghe.  Nel 388, a Callinicum (Kallinikon, sull'Eufrate) in Asia, una piccola folla di cristiani, guidata ed aizzata dal vescovo cristiano locale, da’ l'assalto e brucia la sinagoga. Il governatore romano ordina che venga ricostruita a spese del vescovo. L'imperatore Teodosio condivide quanto deciso dal suo funzionario.

Ancora una volta interviene Ambrogio, vescovo di Milano, che dall’alto della sua autorità ecclesiale, scrive una lettera all’imperatore,  dicendo, che se lui non aveva ancora ordinato di bruciare le sinagoghe di Milano,  era solo per pigrizia, perché bruciare le sinagoghe è un "atto glorioso". E aggiunge:  "Io, dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato loro l'incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato.”

Con l’avvento degli imperatori cristiani cade un principio cardine dell’impero romano: la tolleranza religiosa che è  rispetto per il credo di ogni popolo.

L’imperatore Giuliano che succede a Costanzo II prova a portare saggezza,  ha studiato i testi classici ad Atene,  è persona mite, nonché filosofo e poeta,  sostiene che nessuno può vantare un diritto esclusivo sulla divinità, che in quanto tale è avvolta dal mistero.   Il suo è un tentativo coraggioso, ma vano,  alla sua morte tutto torna come prima, se non peggio.

Secoli dopo Voltaire, così scrive di Giuliano nel suo Dizionario Filosofico: Giuliano è sobrio, disinteressato, valoroso, clemente; ma non era cristiano ed è stato considerato un mostro.” I seguaci della nuova religione lo chiameranno con profondo disprezzo:  Giuliano l’apostata.

L’impero è ormai governato dai vescovi cristiani, formati come prefetti ma fanatici e ricchi come il ceto  sacerdotale elevato  del tempio di Gerusalemme.

La cultura millenaria dell’impero romano si sgretola insieme ai monumenti, aggrediti e smantellati, uno ad uno, privati dei marmi, dei fregi e dei leganti in ferro e bronzo che univano le pietre una all’altra rendendole eterne. Le statue di bronzo vengono fuse, la motivazione? Abitate dai demoni. Le statue di marmo finiscono  nelle calcare,  la loro nudità è indecente e pari a una schifezza, degne solo di produrre la calce.  

I teatri demoliti, le terme pure, le scuole chiuse, le biblioteche profanate.   Per nostra fortuna Quinto Aurelio Simmaco, un senatore e letterato, dopo il tentativo fallito di riportare l’altare della vittoria al suo antico posto  nella curia Iulia, e vedendo ciò che accade,   decide di spedire i rotoli del sapere antico romano ai quattro angoli remoti dell’impero, come messaggi in bottiglia affidati alle acque tempestose. Se oggi possiamo leggere il De Architectura di Marco Vitruvio Pollione, e non solo,   lo dobbiamo a questo gesto lungimirante.  I testi antichi ritornano, mille anni più tardi,  durante l’Umanesimo e il Rinascimento e di nuovo illuminano il mondo con la conoscenza che il popolo ha perso, perché reso analfabeta e quel che è peggio, privato delle proprie autentiche radici.  

Fanatismo religioso, ignoranza, guerre, distruzione e roghi accesi, dove vengono arsi vivi i ribelli e  le donne che ancora credono nella forza della Natura, che poi era l’anima dell’antica religione pagana.

Possiamo ignorare tutto questo? A mio parere, no!

Annamaria Beretta

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