La città ideale in un dipinto del Rinascimento.

Un’altra profezia, questa volta  dal sapore sinistro e punitivo,   occupa le pagine delle Mirabilia urbis Romae, le guide turistiche redatte per i  pellegrini che vengono in visita a Roma a partire dall’undicesimo secolo.

Arrivano soprattutto dai paesi  del  nord:  Gallia, Germania e Britannia, sono  alla ricerca dei  simboli della cristianità ma scoprono antichi resti classici, la cui distruzione viene raccontata secondo più di una leggenda.  Si ricorre alle parole di (S.) Agostino, già vescovo d’Ippona, per dire che dio ha distrutto l’antica Roma, la città del peccato, la Babilonia sulla terra,  perché non poteva sopportare tutta quella ignominia, quella schifezza pagana, per cui ha provveduto con la violenza.  Non poteva agire diversamente.

Parole che stridono con quella che è l’immagine della città ideale che un pittore anonimo, forse Piero della Francesca, dipinse su tavola nella metà del quattrocento e che parla inequivocabilmente di Roma e della sua antica bellezza. Esiste un altro dipinto dello stesso autore, conservato al Walters art museum di  Baltimora, dove,  in una prospettiva simile al primo,    si riconosce il Colosseo e l’arco di trionfo.

Osservando i dipinti si recepisce un’armonia d’insieme. Chi ha costruito quelle opere d’arte conosceva perfettamente le regole dell’architettura, nulla è casuale: la distanza tra gli edifici, la visione prospettica,  la ripartizione esatta degli spazi e tutto questo era a disposizione del pubblico, che ne andava fiero.

A Roma si adoravano infinite divinità, acquisite pacificamente da ogni tradizione di popolo, con uno spirito di tolleranza unico e mai più eguagliato. Mai nessuna guerra di religione ha insanguinato il vasto territorio dell’impero, perché il  politeismo per sua disposizione è inclusivo e il mistero divino si rinnova in ogni espressione del sacro, che con sapienza arcaica collega gli esseri viventi alla Natura e al cosmo.   

Tutto meravigliosamente regge fino a quando una nuova religione  medio orientale, monoteista, fanatica e mortale ha imposto il suo cieco dogmatismo. Il dio diventa uno e all’infuori di lui non vuole nessuno. Incredibile l’autoritaria sicurezza di tale affermazione, basata sulla teologia delle tenebre, che porta alla  distruzione di tutto ciò che non è conforme.   Si bruciano intere biblioteche, si distruggono templi,  teatri, terme, questi ultimi luoghi delle indecenze pagane.  A milioni si contano i morti e ancora oggi la strage continua.

Così i bambini senza battesimo sono diventati malvagi, parole di  (S.) Agostino e i pagani, gente da uccidere senza pietà.  Una infinita casta sacerdotale colma di ingiusti privilegi, compreso quello di non andare in carcere  in caso di reati anche gravi, ha sostituito i pochi celebranti pagani che con tranquillità  e sobrietà esteriore si occupavano dei culti civici.  Tutto questo avviene a partire dal quarto secolo con la svolta di Costantino, il primo imperatore cristiano.

Con questa trasformazione abbiamo perso mille anni o forse più, di cammino umano, siamo retrocessi in tutto, nella conoscenza, nelle arti, nei diritti individuali e collettivi,  nelle relazioni tra i sessi, e quel che è peggio abbiamo regalato un potere immenso, anche economico  a chi proprio non se lo merita e ha profanato con una cultura totalmente estranea il nostro mondo greco romano, costruito su principi filosofici e di diritto, ovviamente non perfetto.    

Buon Natale a tutti.

Annamaria Beretta

P.S.: Ringrazio chi mi manda i suoi commenti su Immanuel.  La lettura è apprezzata. Anna scrive: - La verità può essere più di una?-

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