La vittoria alata. Autorevole testimone dei fatti accaduti.

La vittoria  alata, testimone dei fatti accaduti.

L’imperatore Costanzo II, figlio di Costantino, nell’aprile del 357 compie la sua prima visita a Roma. Ammiano Marcellino è il cronista del tempo, che, pur, senza disporre di riprese video e quant’altro e, seguendone i passi, ci regala una narrazione perfetta della giornata. Il giovane Costanzo ha lo sguardo fisso perso nel vuoto, il viso rigido, il corpo pure, non degna di  un saluto la folla che riempie le strade e le piazze, solo quando si trova davanti all’anfiteatro Flavio, non può fare a meno di alzare lo sguardo per misurare l’immensità della costruzione, con i suoi audaci cinquantasette metri di altezza sfolgoranti di marmo bianco, custoditi da ottanta statue di bronzo dorato, regolarmente distribuite su ogni piano. 

Doverosamente conclude la sua visita ufficiale, nella curia Iulia, dove si riunisce, fin dai tempi di Augusto,  il senato di Roma. E lo stesso Augusto vi ha posto la statua della vittoria alata, è lì da quattrocento anni, rappresenta tutti i valori del popolo romano.  Ogni senatore entrando in aula, prima dell’inizio dei lavori, compie il gesto di bruciare granelli d’incenso, si rende così onore alla patria, alla memoria storica, alle divinità, al popolo di Roma,  che merita, nelle azioni prese in suo nome dentro questa  aula sovrana, tutta l’attenzione possibile.  Costanzo II, cristiano ariano,  inorridisce e ordina che l’altare venga rimosso immediatamente, e con esso la statua della vittoria raffigurata da una figura femminile alata nell’atto di  porgere una corona d’alloro.

Inizia un pesante tiramolla che durerà anni, l’imperatore Giuliano darà disposizioni per rimetterla al proprio posto ma il suo successore  Graziano di nuovo la fa rimuovere. L’ultimo tentativo è quello fatto da Quinto Aurelio Simmaco, politico e letterato,  presso gli imperatori Arcadio e Onorio, senza risultati, l’altare e la statua vengono irrimediabilmente distrutti e Roma cambierà il suo volto per sempre.  

Nella diatriba entra a gamba tesa il vescovo di Milano Ambrogio che, dall’alto della sua  autorità ecclesiastica, si fa consegnare dall’imperatore Valentiniano il testo che  Simmaco gli ha inviato, così da poter meglio replicare. Scrive Simmaco: “ Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande.”

“Quella verità che tu non conosci noi l’abbiamo appresa direttamente da dio” è la risposta arrogante e teocratica del vescovo che pone la religione cristiana al di sopra di tutto e di tutti.

Per i “pagani” dell’impero la vita si fa dura, le leggi si inaspriscono, non hanno più il diritto di professare i culti antichi, chi è colto in flagranza davanti al proprio larario, intento a pregare le divinità pagane è privato di ogni diritto civile, se persiste arriva la condanna a morte. L’intolleranza parola  sconosciuta nell’impero  diventa legge.

Nella bella Brixia qualcuno dal pensiero lungimirante, consapevole dei tempi oscuri che incombono,   provvede a nascondere la statua della vittoria alata, (si pensa sia un  regalo alla città  dell’imperatore Vespasiano) ,  dentro l’intercapedine di un muro nel tempio capitolino.  Tornerà in vita nel luglio del 1826. Bellissima. Autorevole testimone dei fatti accaduti. Oggi è in restauro a Firenze, all'opificio delle pietre dure ma presto sarà di nuovo collocata  all'interno del Capitolium.

Annamaria Beretta