Da Teodosio a Ipazia.

Da Teodosio a Ipazia.

Correva l’anno trecentottanta quando l’imperatore  romano di origine spagnola, Teodosio I, poi  consacrato come  il Grande,  proclamò il Cristianesimo religione  di  Stato,  unica e obbligatoria in tutto il territorio  dell’ impero, con questo atto rese illegale ogni altro culto e la situazione si fece drammatica. Ogni declinazione del cristianesimo non conforme al credo niceno, imposto  da Costantino nel 312,  è definita eretica e come tale punibile.   L’editto di Tessalonica o meglio il  cunctos populos  è chiaro: “Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all’insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità che ci viene dal Giudice Celeste. “

E’ una rottura radicale. Fino a quel momento le tante divinità pagane, maschili e femminili, interpretando le molteplici sfumature del vivere umano,  consentivano una pluralità di intenti e di devozioni, tanto che anche gli stessi sacerdoti, auguri o arvali o sacerdotesse passavano con disinvoltura da un rito all’altro, da un tempio all’altro. Ogni abitante dell’impero con grande libertà trovava il suo cerimoniale, la sua formula di preghiera, il suo accesso al mistero del sacro,  dove la Natura aveva da sempre un ruolo di preminenza.

Impensabile uccidere per l’affermazione di un dio, tantomeno per la sua supremazia. La fede?  Un criterio sconosciuto ai più e considerato dai filosofi antichi il punto più basso della conoscenza.

Ma  una setta minoritaria, formata dai cristiani paolini, quantificata tra il cinque e il dieci per cento, riceve l’appoggio del nuovo potere centrale e impone un’unica arbitraria e autoritaria visione del mondo.  “Le autorità sono stabilite e ordinate da dio”, scrive Paolo di Tarso, il vero fondatore del cristianesimo,  che aggiunge:  “chi si ribella all’autorità si contrappone ad un ordine stabilito da dio. “   Parole sante per chi aspira con facilità all’egemonia. Il mondo irrimediabilmente si rovescia.

Per ottemperare a questa nuova direttiva imperiale i vescovi sono aiutati da monaci rozzi,  violenti e analfabeti. Ad Alessandria danno manforte al vescovo Cirillo  i parabolani,  che scendono a frotte dalle colline della Nitria, situate al limite del deserto egiziano, lasciano le loro caverne armati di bastoni e di una cieca violenza, massacrano i pagani, distruggono  e incendiano ogni tempio sul loro cammino. Gli abitanti di Alessandria abituati ad una vita colta e raffinata sono terrorizzati, assistono impotenti all’efferata uccisione di  Ipazia, la grande filosofa, figlia di Teone che  è accusata di pratiche magiche e di impedire una buona relazione tra il vescovo Cirillo e il romano prefetto Oreste.

Ovunque ci sono scontri, insurrezioni, distruzioni di templi, di statue.  Mai l’impero romano ha conosciuto e visto una tale follia. Mai la religione, fino a quel momento praticata,  si è intrecciata alla violenza, anzi al contrario,  si è sempre manifestata come  principio  di rispetto, tolleranza e coesione di tutti i popoli. 

Annamaria Beretta

P.S.: Sono poche le persone che ringraziano, per altro sempre le stesse, comprendono il valore dei  miei scritti,  frutto di paziente, ostinato, appassionato e instancabile lavoro di ricerca che  richiede tempo e impegno.  E’ giusto regalare una mole di studio così elevata senza un minimo di riconoscimento, come un semplice grazie? Me lo chiedo.   Fornisco spunti anche a chi in disaccordo con il tema vuole approfondire l’argomento, poiché la conoscenza si pone sempre al di sopra di tutte le divergenze. L’ignoranza è divisiva non la cultura.