La distruzione del tempio oracolare di Zeus Belos a Apamea.

Apamea è un’antica città di origini greche poi romana, sorta lungo il fiume Oronte oggi in Siria. Ad Apamea c’era il grande tempio oracolare di Zeus Belos amato  dall’imperatore Lucio Settimio Severo (146 Leptis magna Libia- 211 Eburacum Britannia) appassionato di astrologia, che lo visita per ben due volte. 

Libanio, retore di Antiochia,  in una lettera datata  363, diretta al console di Siria,  Alessandro,   così scrive: hai fatto bene ad andare ad Apamea città amica di Zeus che ha continuato ad onorare Zeus anche quando era pericoloso celebrare il culto degli dei.

Apamea aveva resistito e disobbedito ai primi editti di Costanzo datati 356 – 357 che annunciano i successivi di Teodosio sul divieto di celebrare il culto con l’obbligo di chiudere tutti i  templi pagani.    

Il vescovo di Apamamea,  Marcello,  intuendo, che non poteva predicare la sua nuova religione all’ombra dell’ingombrante e imponente costruzione, dedicata ad un dio cosmico e oracolare quale Zeus Belos, decide, dopo l’emanazione dell’editto   di Teodosio del 380 ( parole sue):  – di estirpare la superstizione distruggendo il tempio.

Il racconto dettagliato della distruzione viene fatto da Teodoreto (393 Antiochia  457 Cirro) vescovo di Ciro o Cirro con queste parole: - Il prefetto di Oriente si recò ad Apamea con due ufficiali insieme al loro contingente di uomini. Il popolo stava in silenzio, temeva la reazione dei soldati. Il prefetto decise per la demolizione del tempio, che era monumentale e molto ricco in decorazioni, ma si rese conto che la costruzione era ermeticamente chiusa e solida. Comprese che era umanamente impossibile dividere gli enormi  blocchi di pietra assemblati perfettamente con tenoni di ferro e di piombo. Vedendo l’esitazione del prefetto il vescovo Marcello decide di agire da solo con l’aiuto del cielo.  Il tempio di una grande altezza era attorniato ai quattro lati di un portico delle stesse proporzioni. Le colonne erano enormi, avevano un  diametro di 2,28 metri.  La pietra era di una qualità così dura che non permetteva l’azione degli utensili. A quel punto l’operaio  del vescovo Marcello si mise ad avvolgere con del legno d’ulivo la base delle colonne, prima una  poi l’altra, e poi diede fuoco, ma la presenza di un demone nero impediva al fuoco di attecchire e ci volle dell’acqua benedetta per farlo fuggire e portare a buon fine l’operazione. Le colonne  private del sostegno caddero e trascinarono altre dodici, il lato del tempio ancora intatto senza più equilibrio, crollò anch’esso con grande fragore. –

Il vescovo Marcello fu assassinato. La chiesa lo annovera tra i suoi santi e lo festeggia il 14 agosto con questa motivazione – ucciso dalla furia dei pagani per aver abbattuto un tempio dedicato a Giove.  

Un’ipotesi data il tempio di Zeus Belos al periodo dell’imperatore Adriano che decise la ricostruzione della città dopo il violento terremoto del 115 d. C. Per imponenza e dimensioni  era paragonato al tempio di Giove Eliopolitano nella città di Baalbek.

Annamaria Beretta