Brixia, colonia romana, città dei Flavi.

Brixia,  colonia romana,  città dei Flavi.

Fin dalla prima ora Brescia, o meglio Brixia colonia romana, ha beneficiato del favore imperiale. Tutto prende inizio nell’anno 69,  un periodo tragico per Roma che  vede il susseguirsi drammatico e veloce di quattro imperatori, Nerone, Galba, Otone e Vitellio, costretti dalle circostanze, uno dopo l’altro  ad una fine repentina e violenta. Ci sono scontri, incendi, tumulti, fazioni che si combattono, prefetti che perdono la vita.  Nel frattempo, in oriente, le legioni romane di Egitto, Siria e Giudea, eleggono come nuovo imperatore di Roma, Vespasiano, anticipando di sei mesi la nomina da parte del senato di Roma. Il generale ha origine popolari e sabine e dimostrerà durante il suo regno di essere persona saggia e di volere soprattutto la pacificazione dei romani, mettendo fine alla guerra civile. Fece ricostruire il tempio di Giove capitolino che conteneva le tremila tavole di bronzo con documenti antichissimi e edificò un grande tempio della pace dove radunò molte delle preziosità contenute nella domus aurea, superbe opere d’arte che mise a disposizione del popolo.

Brixia seguì la stessa sorte, il parallelo con Roma è evidente, la città aveva sofferto della guerra civile e Vespasiano decise di intervenire direttamente, con un programma di Renovatio,  sulla sua ricostruzione. Brixia per scelta dell’imperatore divenne la vetrina del progetto imperiale dei flavi, nulla lasciato al caso ma meticolosamente tutto studiato e coerente, dove passato giulio claudio e presente flaviano si intrecciavano a meraviglia.

Ci sono rimaste di questo periodo le vestigia imponenti del tempio capitolino che porta sul frontone il nome di Vespasiano, i frammenti di una statua colossale di Giove, una testa di squisita fattura di Minerva, il rivestimento in granito di una base di statua eretta a Vespasiano da parte di un magistrato della città, un certo Quinto Cornelio Placido, un’altra base dedicata a Domiziano, un’epigrafe dedicatoria firmata da triumplini e benacensi intitolata a Giulia, figlia di Tito, oltre al busto in marmo di Domizia moglie di Domiziano.  L’anfiteatro è ancora in parte visibile come il cardo e il decumano che portano al foro, la perfetta conformazione del circo con la spina centrale è tuttora evidente in una piazza cittadina,  della maestosa  basilica luogo della magistratura rimane la facciata.   

Ma su tutto emerge la magnifica statua bronzea della vittoria alata che in un progetto ricostruttivo così dettagliato senza alcun dubbio doveva evocare tutti i valori della romanità, la perfetta chiusura del cerchio di un programma imperiale del primo secolo.

Tre secoli più tardi i programmi non sono più gli stessi. Costantino ha spostato la capitale da Roma a Bisanzio, ma non ha osato  toccare il senato che con tutte le sue regole antiche e severe è rimasto al suo posto dentro la curia Iulia.  Ogni senatore entrando in aula, prima dell’inizio dei lavori, compie il gesto di bruciare granelli d’incenso, si rende così onore alla patria, alla memoria storica, alle divinità, al popolo di Roma,  che merita, nelle azioni prese in suo nome dentro questa  aula sovrana, tutta l’attenzione possibile. L’atto è compiuto  sotto lo sguardo dolce e severo della vittoria alata, posta lì dallo stesso Cesare Ottaviano Augusto.

L’imperatore Costanzo II, figlio di Costantino, nell’aprile del 357 compie la sua prima visita a Roma. Ammiano Marcellino è il cronista del tempo, che, pur, senza disporre di riprese video e quant’altro e, seguendone i passi, ci regala una narrazione perfetta della giornata. Il giovane Costanzo ha lo sguardo fisso perso nel vuoto, il viso rigido, il corpo pure, non degna di  un saluto la folla che riempie le strade e le piazze, solo quando si trova davanti all’anfiteatro Flavio, non può fare a meno di alzare lo sguardo per misurare l’immensità della costruzione, con i suoi audaci cinquantasette metri di altezza sfolgoranti di marmo bianco, custoditi da ottanta statue di bronzo dorato, regolarmente distribuite su ogni piano. 

Doverosamente conclude la sua visita ufficiale, nella curia Iulia, Costanzo II, cristiano ariano, alla vista della statua  inorridisce e ordina che  venga rimossa immediatamente, insieme all’altare.  Inizia un pesante tiramolla che durerà anni, l’imperatore Giuliano darà disposizioni per rimetterla al proprio posto ma il suo successore  Graziano di nuovo la fa rimuovere. L’ultimo tentativo è quello fatto da Quinto Aurelio Simmaco, politico e letterato,  presso gli imperatori Arcadio e Onorio, senza risultati. Entra in scena il vescovo di Milano, Ambrogio, che dall’alto della sua  autorità ecclesiastica, si fa consegnare dall’imperatore Valentiniano il testo che  Simmaco gli ha inviato, così da poter meglio replicare. Scrive Simmaco: “ Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande.”

Il vescovo non vuole sentire ragioni, lui possiede la verità, perché dio gliel’ha data, così scrive e la vittoria alata deve essere rimossa. Sicuramente l’azione ha avuto grande risonanza e a Brescia, qualcuno di molto lungimirante, a ragione, preoccupato per la natura autoritaria, violenta e intollerante che la nuova religione andava assumendo, ogni giorno di più,  ha pensato bene di occultare la statua bronzea. Dove? In un anfratto poi accuratamente murato del tempio capitolino. Ritornerà alla luce inaspettatamente nel luglio del 1826, ricordando con la sua bellezza imponente e severa i fatti accaduti.

Annamaria Beretta